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Una domanda ricorrente in ambito psicoanalitico è se esista una
personalità tossicomane oppure se si tratti di una personalità
specifica della situazione di dipendenza. Le ricerche effettuate
in questo ambito hanno evidenziato che non esiste una struttura di
personalità specifica della dipendenza, ma che tale condizione si
può sviluppare all’interno delle tre grandi strutture : nevrotica,
psicotica e depressivo limite.
J. Bergeret afferma che all’interno di una modalità di funzionamento
mentale che si è già posto sotto il primato del genitale,
dell’edipico, del nevrotico, una tossicodipendenza si può
sviluppare in quanto la sostanza diventa un oggetto sostitutivo
dell’oggetto edipico. Ciò avviene in quanto l’eccessivo
attaccamento all’oggetto edipico e la conseguente delusione
provocata da esso determinano la dipendenza da un oggetto
sostitutivo.
Nelle strutture di personalità con modalità di funzionamento di tipo
psicotico, la dipendenza tende a svilupparsi seguendo un
particolare percorso che può essere così riassunto :
inizialmente essa serve per difendersi dall’evoluzione delirante di
fronte a carenze immaginarie ;
successivamente serve per giustificare le aberrazioni
comportamentali legate al delirio.
Per i soggetti il cui funzionamento mentale rientra
nell’organizzazione depressiva limite, la tossicodipendenza si
sviluppa in seguito al bisogno dell’attaccamento ad un oggetto
analitico che è allo stesso tempo gratificante e rassicurante.
Sembra che la maggior parte dei soggetti tossicomani rientri in
quest’ultimo tipo di organizzazione.
Bergeret ha inoltre individuato tre fattori che in qualche modo sono
propri della tossicomania e che si presentano indipendentemente
dalla struttura di base a cui appartiene il funzionamento mentale
del soggetto tossicomane:
1)
il
registro comportamentale sopravanza sia in qualità che in quantità
di investimento energetico il registro somatico e mentale ;
2)
l’esperienza
tossicomanica determina una regressione al primitivo intreccio
pulsionale dove gli investimenti risultano essere molto accentuati
ed indifferenziati ;
3)
emergono
delle notevoli difficoltà di identificazione per cui il soggetto
tossicomanico ha difficoltà a prendere il posto dell’oggetto
parentale e si limita ad imitarlo e a porsi in uno stato di
soggezione ed influenzamento. In questo contesto
l’interiorizzazione della legge del padre diventa molto difficile
per non dire impossibile, la trasgressione non si pone in
relazione alla legge del padre, ma piuttosto in relazione ad un
gioco che sta tra la vita e la morte.
L’intervento psicoanalitico nei confronti di pazienti tossicomani
risulta essere molto difficile. L’esperienza al riguardo è ancora
molto limitata in quanto sono ancora pochi i pazienti tossicomani
che hanno intrapreso un percorso psicoanalitico. Questa scarsa
esperienza psicoanalitica ha fatto sì che si siano sviluppate
diverse modalità di ascolto teorico, ecco perchè non esiste, ad
oggi, una comprensione univoca dell’esperienza tossicomanica.
Una prima modalità di ascolto è simile a quella adottata per i
pazienti borderline, mentre una seconda modalità è quella che
individua tre aspetti psicodinamici del problema che sono : il
ciclo, la rottura e la mobilità psichica.
I cicli. Sono stati individuati diversi tipi di cicli in cui l’esperienza
tossicomanica si può inserire. Un primo ciclo fa
riferimento all’oscillazione che c’è tra esperienza depressiva ed
esperienza maniacale. Non riuscendo né a sopportare né a gestire
la prima, il soggetto ricorrerebbe a meccanismi di tipo maniacale
per uscirne. L’Io del soggetto, però, troppo debole, non
riuscirebbe da solo ad affrontare questa situazione per cui il
soggetto farebbe ricorso alla droga per arginare tele fragilità e
la conseguente frammentazione. La droga non farebbe altro che
favorire quindi lo sviluppo dei meccanismi maniacali ed
euforizzanti che permettono al soggetto di uscire momentaneamente
dalla depressione. Appena questi effetti svaniscono finiti questi
effetti la depressione si fa però di nuovo sentire, inducendo il
soggetto a ricorrere di nuovo alla droga.
Un secondo ciclo si basa sull’oscillazione tra depressione e
paranoia: i soggetti, facendo uso di sostanze, si trovano ad
essere forti, attivi, persecutori, ma non appena l’effetto della
droga svanisce, questi tornano a sentirsi perseguitati e
sprofondano di nuovo nella depressione.
Il terzo ciclo si basa sulla lotta permanente che esiste tra
l’Io e l’istanza narcisistica. Una istanza narcisistica troppo
debole fa si che il soggetto ricorra alla droga per sentirsi in
qualche modo padrone della realtà che lo circonda: la stima di sé
si ricompone. Non appena l’effetto della droga cessa però,
l’impatto inesorabile con la realtà, che gli ricorda il suo
deficit narcisistico, lo porta a ricercarla, per poter beneficiare
ancora dei suoi effetti.
Il quarto ciclo
fa riferimento all’oscillazione tra il
bisogno incoercibile al senso di colpa e la depressione.
Ciò che accomuna tutti questi ascolti teorici è una debolezza di
fondo dell’Io che in qualche modo si trova in una situazione di
inferiorità di fronte a determinati vissuti psicologici.
L’assunzione della sostanza permette di superare tale difficoltà
per un po’ di tempo, ma il risultato è una continua scoperta di
essere sempre più incapace di affrontare con l’utilizzo delle
proprie forze psichiche la situazione. Il ritorno alla sostanza
diventa inevitabile.
Oltre alla debolezza dell’Io bisogna anche rimarcare i problemi
narcisistici che influenzano notevolmente la psiche del
tossicomane. La carenza narcisistica, che in qualche modo
impedisce lo sviluppo di un vero e proprio sentimento sociale,
viene accentuata dall’uso della sostanza, oggetto magico che in
qualche modo permette una soddisfazione dei desideri con modalità
molto arcaiche, onnipotenti e magiche, ma rende il soggetto
sempre più solo di fronte alla società.
La rottura.
Dopo anni che un soggetto utilizza le sostanze stupefacenti nella
personalità dell’individuo si crea una scissione tra un Io droga
ed un Io non droga. Il primo è totalmente assoggettato alla
sostanza, non si vieta nulla, non prova angoscia né sensi di
colpa, è tutt’uno con la sostanza. Il secondo invece cambia in
base alle fasi che sta attraversando il soggetto : a volte è
depresso, a volte in uno stato delirante o prepsicotico.
Questa scissione evidenzia un elemento fondamentale nella psiche del
soggetto ed è il meccanismo di esteriorizzazione dove ogni
processo intrapsichico è completamente negato. Non c’è più
angoscia di morte in quanto anch’essa è completamente
esteriorizzata.
Questa scissione si opererebbe in conseguenza del trauma psichico
che l’incontro con la droga ha provocato.
Questo Io droga è una sorta di falso sé che risponde completamente
ai bisogni dell’ambiente del mondo della droga e della droga
stessa.
La mobilità psichica. La psiche del soggetto tossicomane è in grado di imprimere
accelerazioni e decelerazioni prodigiose a tutti quei processi che
nelle altre strutture di personalità impiegano anni a strutturarsi
o a destrutturarsi. Da un lato la droga impedisce il
destrutturarsi psicotico, ma dall’altro lato non permette il
passaggio alla posizione depressiva. Il tossicomane si trova così
a passare velocemente da una struttura ad un’altra, da un
meccanismo psichico ad un altro (ciclo o rottura). Perciò il
significato che può assumere l’assunzione di droga può essere
diverso per uno stesso individuo.
Alcune ricerche effettuate recentemente in ambito psicoanalitico
evidenziano che nei soggetti dipendenti da sostanze sono presenti
spesso dei disturbi psichiatrici associati in una percentuale
molto alta più alta che negli alcolisti. In uno studio
epidemiologico in cui sono stati intervistati 20.291 soggetti (Regier
e al., 1990) i tossicodipendenti avevano una percentuale di
comorbilità del 53% contro il 37% dei soggetti alcolisti.
La percentuale di comorbilità risulta elevata soprattutto tra gli
individui che fanno uso di cocaina. In uno studio (Rounsavill et
al., 1991) il 73% dei soggetti cocainomani che cercano assistenza
va incontro, nel corso della vita, a un disturbo psichiatrico.
Spesso disturbi d’ansia, disturbo antisociale di personalità e
disturbo da deficit di attenzione precedono l’inizio dell’abuso di
cocaina.
Queste ricerche sottolineano come un trattamento unitario non sia
possibile, ma sia necessario separare i soggetti che hanno un
problema di dipendenza senza concomitante disturbo di personalità.
Le originarie interpretazioni psicoanalitiche consideravano la
tossicodipendenza come una regressione allo stadio orale,
attualmente invece è emersa una tendenza a comprendere la maggior
parte degli abusi come delle tendenze adattive o difensive.
Gli analisti contemporanei tendono a vedere la tossicodipendenza
come un riflesso della carenza della capacità di prendersi cura di
sé.
Questa incapacità a prendersi cura di sé deriva da una insufficiente
interiorizzazione delle figure genitoriali che lasciano il
tossicodipendente incapace di autoproteggersi.
Esiste anche una tossicodipendenza dove prevale un’insufficiente
capacità a regolare gli affetti, controllare gli impulsi e a
mantenere l’autostima.
Questi aspetti mettono in evidenza una difficoltà nelle relazione
interpersonali e la capacità di regolare e tollerare la vicinanza
interpersonale.
Altri autori evidenziano anche la presenza di una vulnerabilità
narcisistica.
L’assunzione delle droghe può essere vista come un tentativo
disperato di compensare le carenze a livello di funzionamento
dell’Io, di autostima e di problemi interpersonali.
L’uso della droga per curare se stessi porta i cocainomani a cercare
di attenuare il disagio causato da depressione, iperattività e
ipomania, mentre i narcotici verrebbero usati per ridurre i
sentimenti di rabbia.
La psicoterapia di tipo espressivo-supportivo può essere indicata
quando:
1 – esiste grave psicotologia oltre all’abuso di droga;
2 – partecipazione a un programma globale di trattamento che includa
un supporto di gruppo, l’astinenza forzata, possibilmente un
sostituto della droga come il metadone, e un’appropriata terapia
psicofarmacologica;
3 - nessuna diagnosi di disturbo antisociale di personalità (a meno
che non sia presente anche una depressione);
4 – motivazione sufficiente per seguire gli appuntamenti e
impegnarsi nel processo terapeutico.
Olievenstein
Come e perché si diventa drogati? Che cosa passa nello spirito di
chi si dà e poi si abbandona alla droga, quali sono le possibili
condizioni per un’autentica comunicazione con un soggetto drogato?
Queste sono alcune delle domande a cui Claude Olievenstein ha
tentato di fornire una risposta che fosse sia teorica che clinica.
Psicoanalista interessato soprattutto alla tossicomania da eroina
dichiara che “chiunque tra noi può prendere, prende o prenderà
delle droghe. Conosciamo migliaia di persone che ne fanno uso e
che non sono né diventeranno tossicomani” (“Il destino del
tossicomane” – pag.87). Qual’ è allora l’origine psicologica del
tossicomane?
Olievenstein utilizza la metafora dello “specchio infranto”
introdotta da Lacan, per spiegare la formazione dell’identità
dell’uomo.
Nell’evoluzione psichica del bambino si giunge verso i 6/18 mesi ad
una fase, che Lacan definisce, infatti, “dello specchio” in cui il
bambino scopre la sua unità corporea, intuisce il suo essere
“altro” rispetto alla primordiale fusionalità con la madre.
Immerso ,ancora in uno stato impotenza, attraverso uno specchio
simbolico, egli anticipa con l’immaginazione la conoscenza e la
padronanza della propria unità corporea. E’ un momento cruciale ed
obbligato dello sviluppo e definisce un momento di eccezionale
vulnerabilità.
Secondo Olievenstein la tossicomania deriverebbe dal verificarsi di
una fase intermedia fra uno stadio dello specchio riuscito ed uno
stadio dello specchio impossibile, che si caratterizza per la
quasi contemporaneità del suo verificarsi e del suo fallire.
Sembra quasi che proprio nel momento di passaggio durante il quale
si sarebbe dovuto costituire per il bambino un IO diverso da
quello fusivo con la madre, durante la scoperta dell’immagine del
Sé, il bambino si trovi dinanzi alla visione di uno specchio
infranto; uno specchio che rinvia una immagine frammentata,
incompleta, ricca di spazi vuoti che lo riconduce all’esperienza
dell’indifferenziazione del Sé.
Lo specchio
che deve adempiere a questa importante funzione di crescita per il
bambino è rappresentato dalla madre (“sguardo di ritorno”). Se gli
occhi della madre forniscono un rispecchiamento di “ritorno”,
ossia in risposta alle esigenze di riconoscimento del bambino come
individuo separato, allora la fase viene felicemente superata,
mentre, se lo sguardo della madre esprime una muta richiesta
invertita di riconoscimento, l’individualità viene negata e il
bambino risulta costruito fittiziamente dalle proiezioni materne.
Olievenstein afferma nel suo scritto che “nel momento in cui, di
fronte alla drammatica uscita dalla fase fusionale nel primo
movimento della differenziazione e dell’individuazione, c’è un
flash della scoperta dell’immagine di sé, in quell’istante preciso
lo specchio si spezza, rimanda un’immagine di sé, ma un’immagine
spezzata ed un profondo senso di incompletezza. …. La funzione
della sostanza –droga è quella di piazzarsi proprio là, in luogo
ed al posto della frattura dello specchio, annullando proprio
questo momento e consentendo un temporaneo ripristino della
propria interezza, nel ritorno al momento precedente alla fase
dello specchio, il momento della fusione indistinta con il sé
materno” (pag.213).
Quindi il gesto di iniettare l’eroina in vena può essere assimilato
al tentativo di ricostruire un tutto perduto, come il cemento
nelle fenditure di un muro permette di mantenere compatta la
struttura.
Le specifiche qualità dell’eroina fanno si che il soggetto si senta,
dopo la sua assunzione, sprofondato nell’arcaico, nel pregenitale;
i suoi effetti peculiari permettono di riempire i vuoti dello
“specchio”, annullando la fonte di angoscia. La sostanza riesce a
collocarsi al posto della frattura e per quel preciso istante ad
annullarla.
Ciò aiuta a capire l’impossibilità propria del tossicodipendente di
fermarsi nell’acquietamento; si ha dinnanzi un individuo che prova
una sofferenza che racchiude insieme la rabbia per ciò che è stato
perduto (la possibilità di differenziarsi) e l’impotenza di fronte
all’ineluttabilità del suo futuro.
E’ comunque difficile, per alcuni tossicodipendenti, continuare a
considerar esaustiva e decisiva un’esperienza che in realtà è
segnata da precisi limiti temporali.
Per tali soggetti è presumibile ritenere che un approccio
terapeutico ortodosso sarebbe inutile inizialmente. E’ proprio
questo soggetto che si presenta a noi, costantemente sul filo tra
il “quasi già” e il “quasi più” che dà la misura della complessità
del procedimento terapeutico.
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