L'Onu lancia l'allarme: l'Europa è ormai «innevata». E a gestire il
business sono giovani rampanti e leader guerriglieri. A turno.
Articolo tratto da Panorama di PINO BUONGIORNO 9/3/2001
Scene di ordinari sequestri di droga in Colombia. Nel 2000 lo stato
sudamericano ha prodotto 580 tonnellate di coca.
C'erano una volta i «cartelli della coca»: quello di Medellín, reso
celebre da Pablo Escobar, e quello di Cali dei terribili fratelli
Rodriguez Orejuela. Oggi ci sono i «cartellini», come amano
definirli gli agenti della Dea americana. Ma non per questo la
situazione è migliorata. I 100-120 «mini-cartel» colombiani sono
gruppi ristrettissimi, ciascuno composto da una quindicina di
persone al massimo. La compartimentazione è rigidissima e il
collegamento internazionale è assicurato da cellule sparse nelle
principali capitali del mondo. I capi vengono designati a
rotazione, secondo l'intelligence della Policia nacional di Bogotá,
in modo da rendere più difficile la loro individuazione.
Sono questi sindacati del crimine, autonomi, decentrati e
ferocissimi, a innevare di polvere bianca gli Stati Uniti e
l'Europa. Per compensare la drastica riduzione di piantagioni
negli altri due paesi andini produttori di coca (Perù e Bolivia),
dove sembrano funzionare i programmi di sradicamento e
diversificazione delle coltivazioni, i narcos colombiani hanno
imposto un massiccio aumento della produzione a casa loro. Se nel
1995, l'anno del boom, la Colombia aveva 50.900 ettari di terre
coltivate illegalmente, nel 2000 ha raggiunto il record di 136.200
ettari. I dati, recentissimi, sono forniti dall'Undcp,
l'organizzazione antidroga e anticrimine dell'Onu, con sede a
Vienna, diretta dall'italiano Pino Arlacchi. La produzione di coca
ha toccato così l'anno scorso le 580 tonnellate, pari ai due terzi
dei tre paesi delle Ande, 768 tonnellate in tutto. Il 65 per cento
di questa montagna di polvere va negli Stati Uniti, il resto in
Europa e in particolare in quella occidentale.
A nulla è servito finora il «Plan Colombia» lanciato dal presidente
Andrés Pastrana con l'aiuto finanziario e militare degli Stati
Uniti e che prevede, fra l'altro, la distruzione con agenti
chimici delle coltivazioni di coca. In realtà la metà delle
piantagioni si trova negli stati Putumayo e Caquetá controllati
dalla guerriglia marxista delle Farc, oltre 20 mila soldati, e
dell'Eln, nonché dai gruppi paramilitari di estrema destra dell'Auc,
che contano 8 mila mercenari assoldati per difendere dalle Farc i
grandi latifondisti e le compagnie petrolifere americane che
cercano nuovi giacimenti nella zona.
Una volta i gruppi armati si limitavano a taglieggiare i contadini
e i mediatori pretendendo 13,5 dollari per la commercializzazione
di 1 chilogrammo di cocaina e fino a 5 mila dollari per
l'esportazione via aerea. Da quattro anni le Farc, in particolare,
hanno costretto i campesinos a produrre più coca, tanto che le
aree coltivate illecitamente sono aumentate del 33 per cento
contro l'11 per cento della media nazionale. Di recente c'è stato
un ulteriore salto di qualità: da guerriglieri, ammirati
soprattutto in Europa come Robin Hood, a narcotrafficanti, tanto
che su 63 «frentes» di lotta ben 32 sono impegnati nella
produzione e nella vendita della cocaina. Inoltre, secondo la
polizia colombiana, ben l'80 per cento delle entrate dei vari
«fronti» derivano oggi dal traffico di droga. C'è un recente
rapporto segreto della polizia federale brasiliana, ottenuto da
Panorama e intitolato «Operacao Cobra», che sbugiarda il leader
delle Farc, Manuel Marulanda, il quale ha sempre giurato che la
sua organizzazione si limita a riscuotere «una tassa» sulla
produzione.
Il dossier
brasiliano rischia inoltre di mettere in imbarazzo lo stesso
presidente Pastrana, che sta cercando un accordo di pace con i
guerriglieri per porre fine alla guerra civile in un paese dove
l'anno scorso si sono registrati 30 mila omicidi e 3 mila
sequestri di persona. Alcuni pentiti colombiani hanno raccontato i
segreti delle Farc e hanno svelato sei megalaboratori gestiti dal
Bloco Sul dell'organizzazione marxista (nove «frentes») nelle
regioni di Orinoquia e dell'Amazzonia colombiana al confine con il
Brasile. Queste grandi raffinerie, ciascuna con annesse due o tre
piste di atterraggio ricavate nella giungla, hanno la capacità di
produrre 45 tonnellate di cocaina al mese. La droga viene quasi
tutta venduta al re dei trafficanti brasiliani, Luis Fernando Da
Costa, detto Fernandinho, 29 anni, che guida le operazioni dalla
sua fattoria extraterritoriale di Dona Luzia, alla periferia di
Asunción, in Paraguay. Il padrino di Rio paga la droga con armi,
munizioni ed esplosivi. Utilizzando i suoi dieci telefoni
satellitari criptati, Da Costa provvede poi a piazzare la cocaina
in Europa, dove arriva o direttamente con le navi e i cargo o
facendo una diversione più lunga attraverso l'Africa del Sud o i
paesi dell'Africa occidentale, Nigeria in testa.
I «cartellini» invece preferiscono le rotte più tradizionali. I
porti principali di imbarco sono quelli di Cartagena, nel mar dei
Caraibi, e di Buenaventura, nell'Oceano Pacifico. Da qui le
imbarcazioni si dirigono principalmente verso la Spagna e
l'Olanda, che sono i due punti di ingresso preferiti in Europa.
Spesso i carichi transitano anche nei piccoli stati caraibici, ma
i narcos scelgono sempre di più il Venezuela, raggiunto dalle
barche dei trafficanti attraverso il fiume Orinoco.
Fra i paesi più attivi nella distribuzione della droga ci sono oggi
l'Albania e la Grecia, dove le organizzazioni locali scambiano
cocaina per eroina proveniente dalla Turchia. In Italia, uno dei
mercati di maggiore consumo in Europa dopo la Gran Bretagna, la
Francia e la Germania, i rapporti con i colombiani sono tenuti
dalle varie mafie. Un ruolo sempre più importante nella
distribuzione mondiale della droga lo sta assumendo la «mafiya»
russa che paga in armi e recentemente ha consegnato anche un
sottomarino militare ai narcos andini per il trasporto della coca
(la polizia colombiana è riuscita a intervenire in tempo).
L'Europa è fra le mete preferite dai narcos colombiani, non solo
perché la domanda è in aumento (mentre si contrae drasticamente da
anni negli Stati Uniti fra la popolazione), ma anche perché i
margini di profitto nel Vecchio continente sono incredibilmente
più alti: in America il prezzo della cocaina varia attualmente dai
20 ai 25 mila dollari al chilo; in Europa può anche toccare i 90
mila dollari. «La verità è che, mentre negli Stati Uniti c'è
stata, da Ronald Reagan in poi, una politica mirata a dimostrare
la pericolosità sociale delle droghe e a ridurre la domanda, nei
paesi europei, con l'eccezione della Gran Bretagna, questo non è
accaduto nelle stesse proporzioni» denuncia a Panorama Pino
Arlacchi. «Ecco perché l'Onu sta per lanciare una massiccia
campagna di sensibilizzazione dell'opinione pubblica europea. Io
in particolare invito fin da ora il futuro governo italiano a
porsi un obiettivo ambizioso, ma praticabile: dimezzare il consumo
di droghe entro i prossimi 10 anni. Ci vogliono forti
investimenti, ma soprattutto una grande volontà politica».