Da: A cura di Icro Maremmani, "Manuale di
Neuropsicofarmacoterapia psichiatrica e dell'Abuso di Sostanze",
Pacini Editore, 2001 Pisa, pag 140-144.
Attualmente
non esistono farmaci approvati dalla Food and Drug administration
per il trattamento farmacologico del craving per la cocaina. Le
osservazioni sporadiche spesso non sono state confermate da studi
sperimentali in doppio cieco. I farmaci utilizzati possono essere
selezionati in base a motivazioni teoriche sul loro meccanismo di
azione, seguendo tre linee di ricerca: nella prima viene
considerata la terapia di mantenimento o con una sostanza che
abbia una tolleranza crociata con la cocaina (per es. il
metilfenidato) o con un antagonista della cocaina (mazindolo).
Nella seconda vengono utilizzate sostanze che bloccano i
meccanismi di rinforzo positivo, soprattutto farmaci che esplicano
un’azione sul sistema dopaminergico. Sono, infatti, ben conosciute
le relazioni fra effetto della cocaina e stimolazione dei centri
mesolimbici del piacere ad attività dopaminergica. Per quanto
riguarda la terza linea di ricerca, non esistono studi clinici
utilizzanti farmaci in grado di interagire con il metabolismo
della cocaina.
Stimolanti
In linea
teorica, seguendo l’esempio del trattamento di mantenimento con
metadone, anche per la cocaina si potrebbe pensare di utilizzare
uno stimolante per ridurre il craving per la sostanza. Purtroppo
non esistono a presente stimolanti che possono essere utilizzati
in terapia in quanto rispondenti ai criteri dei farmaci
anticraving. Le amfetamine, infetti, possiedono una forte
proprietà di rinforzo e non sono in grado, utilizzate a lungo
termine, di ripristinare una situazione di normalità per le
funzioni fisiologiche sregolate dall’uso di cocaina. Allo stato
presente della ricerca, l’avere utilizzato stimolanti nel
trattamento dell’addiction alla cocaina ha portato, in realtà, ad
un peggioramento del craving.
Spesso la
dipendenza è stata associata ad altre condizioni psicopatologiche,
alcune volte considerate come preminenti, quasi come cause stesse
della dipendenza. Seguendo questa ipotesi è stata suggerita una
terapia dell’abuso di cocaina maggiormente mirata tenendo conto
delle primitive diagnosi psichiatriche. È stato così notato un
miglioramento del craving per la cocaina, in seguito alla
somministrazione di metilfenidato, nei soggetti con diagnosi di
disturbo da deficit di attenzione ed un netto peggioramento negli
altri. Il metilfenidato è stato usato anche per valutare le
variazioni neuroormonali in corso di astinenza da cocaina. Sono
stati misurati i livelli di secrezione della prolattina e
dell’ormone della crescita durante l’astinenza indotta da
metilfenidato. La somministrazione di metilfenidato fa aumentare
la secrezione di prolattina e di GH (che rispetto alla prolattina
è un marker meno sensibile). Il craving viene esacerbato durante
l’astinenza indotta da metilfenidato.
La premolina,
uno stimolante più blando e con minore potenzialità d’abuso della
cocaina, sembra essere più maneggevole del metilfenidato.
Un discorso a
parte merita il mazindolo, che è stato utilizzato con risultati
incoraggianti. Il mazindolo è una sostanza lievemente stimolante,
che blocca l’azione inibente della cocaina a livello della
ricaptazione presinaptica della dopamina, agendo, di fatto, come
un antagonista della cocaina.
Antagonisti della cocaina
La cocaina gioca un ruolo chiave
nell’inibire il reuptake della dopamina presinaptica.Un grande
interesse viene, dunque, riposto in quelle sostanze che
impediscono questa azione della cocaina o che si sostituiscono ad
essa in questa azione, ma con un effetto inferiore.
Il mazindolo e il bupropione inibiscono
l’azione della cocaina sul reupteke presinaptico della dopamina.
Essi stessi inibiscono il reuptake della dopamina presinaptica ma
lo fanno meno rapidamente ed intensamente della cocaina; in questo
modo il loro potenziale di abuso appare inferiore. Tuttavia i
risultati dell’uso clinico di queste sostanze non sono
incoraggianti.
Un altro approccio farmacologico è quello
di bloccare i recettori postsinaptici (D2) con farmaci
neurolettici, in modo che l’azione presinaptica non dia luogo ad
effetti.
Anche in questo caso i risultati non sono
stati brillanti, se si accetta l’utilizzo a bassi dosaggi del
flupentixolo; in questo caso il flupentixolo potrebbe avere
un’azione maggiore a livello presinaptico che non postsinaptico.
D’altro canto non si è assistito ad una
riduzione del craving in schizofrenici abusatori di cocaina
trattati con neurolettici a lungo termine, né questi farmaci
riescono ad inibire gli effetti di una somministrazione endovenosa
di cocaina.
Da segnalare che l’uso di neurolettici nei
cocainomani può dare origine ad effetti collaterali più gravi sia
a livello di movimenti involontari che di sindrome maligna da
neurolettici. Anche gli effetti cardiovascolari della cocaina
vengono aggravati.
Manipolazioni del sistema dopaminergico
Coerentemente con l’ipotesi
dell’interessamento del sistema dopaminergico nel fenomeno del
craving, alcune strategie terapeutiche della dipendenza prevedono
l’uso di DOPAMINOANTAGONISTI. Il razionale dell’intervento
consiste nell’ipotesi che un aumento dell’attività della dopamina
cerebrale potrebbe alleviare l’ipoattività dopaminergica che si
verifica nell’uso prolungato di cocaina.
Per quanto riguarda gli ANTIDEPRESSIVI
TRICICLICI, la desimipramina, in particolare, agisce attraverso
una down-regulation postsinaptica dei recettori per DA e NA. La
desimipramina è risultata efficace nell’aumentare la permanenza di
soggetti cocainomani all’interno di un programma terapeutico, ma
non si è rivelata efficace nel determinare una significativa
riduzione dell’assunzione di cocaina.
La desimipramina, dunque, potrebbe essere
un farmaco di ausilio nell’ambito di un trattamento più ampio
della sindrome di astinenza da cocaina.
Il ruolo dei farmaci antidepressivi
triciclici nel trattamento del craving non appare sufficientemente
determinato.
I vari studi hanno incentrato la loro
osservazione su pazienti depressi, oppure hanno selezionato
pazienti con disturbo depressivo, basandosi sui sintomi
longitudinali piuttosto che su una diagnosi sindromica.
In pazienti in mantenimento con metadone,
che rispondevano ai criteri del DSM per depressione maggiore
antecedente al disturbo d’abuso di sostanze e persistente anche
dopo la sindrome d’astinenza o dopo un mese dall’inizio del
trattamento con metadone, l’imipramina si è dimostrata superiore
al placebo nel controllo del craving e nella riduzione dell’uso di
sostanze in quei pazienti in cui c’era stato un miglioramento del
tono dell’umore associato alla riduzione dell’uso di sostanze.
La somministrazione di precursori della
sintesi di dopamina, quali la TIROSINA e L-DOPA, non ha provocato
diminuzione del craving per la cocaina.
L’AMANTADINA agisce attraverso il rilascio
di Da dalle vescicole presinaptiche. In pazienti cocainomani in
trattamento metadonico, l’amantadina ha mostrato risultati
favorevoli, anche se la sua prescrizione non ha raggiunto consensi
unanimi.
Si può, tuttavia, affermare che questo
farmaco non riduce né l’uso di cocaina né il craving per questa
sostanza nei pazienti che utilizzano oppiacei.
La BROMOCRIPTINA viene indicata come
possibile approccio terapeutico nella dipendenza da cocaina.
La bromocriptina agisce sia attraverso una
stimolazione dopaminergica postsinaptica sia bloccando gli effetti
euforizzanti della cocaina, poiché è anche un agonista competitivo
a livello postsinaptico.
Alcuni autori hanno suggerito che questo
farmaco potrebbe essere utile al mantenimento dell’astinenza da
cocaina e nel contrastare il craving, tuttavia l’uso della
bromocriptina è limitato dall’alta incidenza di effetti
collaterali, quali cefalea e disturbi gastrointestinali agli alti
dosaggi che sono necessari per bloccare il craving.
La bromocriptina può anche provocare stroke
e convulsioni. Uno studio condotto confrontando l’efficacia della
bromocriptina e della desimipramina su pazienti cocainomani ha
dimostrato in maniera paradossale che ambedue le sostanze sono
ugualmente capaci di incidere sul craving, mentre solo la prima si
è dimostrata utile nell’attenuazione dei sintomi depressivi e
sull’aumento di energia.
Altri studi hanno fornito risultati
discordanti da quelli sopra enunciati, rivelando che il diminuito
desiderio di assumere cocaina, in seguito a trattamento con
bromocriptina, è in realtà ascrivibile ad un aumento della
disforia. L’efficacia della bromocriptina è stata messa in dubbio
anche da un altro studio condotto su 25 cocainomani, mentre è
possibile ritrovare una testimonianza a favore dell’uso della
bromocriptina anche in singola dose.
La combinazione bromocriptina e brupropione,
usata con successo nel Morbo di Parkinson, si è dimostrata
efficace anche nel controllo del craving da cocaina.
In alternativa alla bromocriptina è
possibile utilizzare la PERGOLIDE, un farmaco più specifico dal
punto di vista recettoriale, più potente e ad azione più
prolungata. La stessa cosa si può dire per la LISURIDE.
Alcuni autori hanno posto la loro
attenzione sulla possibile efficacia degli Inibitori delle Mono
Amin Ossidasi (I-MAO), in quanto aumentano l’attività
dopaminergica cerebrale. La moclobemide (I-MAO di tipo A) è stata
usata per il trattamento del craving per i carboidrati nelle forme
di depressione stagionale.
L’I-MAO B selegilina è stata invece
studiata per la prevenzione delle ricadute nella dipendenza da
cocaina.
La selegilina sembra essere efficace, in
quanto non favorisce un aumento dell’effetto rinforzante prodotto
dalla cocaina. Gli I-MAO B sono da preferire in quanto l’azione
inibitoria, non reversibile, degli I-MAO A, può dare origine, a
livello del tratto gastrointestinale, a crisi ipertensive
associate all’ingestione di cibi contenenti amine o farmaci ad
azione catecolaminergica.
L’ultima “estrema” possibilità potrebbe
essere la prescrizione degli I-MAO non selettivi, fenelzina e
tranilcipromina, considerati, nei cocainomani, farmaci non del
tutto sicuri, per la possibilità di una pericolosa interazione con
la cocaina.
D’altra parte, proprio questa azione
“disulfiram-simile” potrebbe essere un efficace deterrente dalla
prosecuzione dell’uso di cocaina.
Farmaci ad azione sul sistema serotoninergico
SSRI
Sulla base delle teorie fisiopatogenetiche,
che vedono in uno sbilanciamento dei sistemi dopaminergico e
serotoninergico una possibile causa del craving, l'attenzione dei
clinici e dei ricercatori è stata rivolta proprio alla possibile
efficacia dei farmaci Inibitori del Reuptake della Serotonina nel
trattamento del craving dei cocainomani. Famaci serotoninergici
sono stati usati per trattare l’alcolismo e l’obesità, con i quali
l’abuso di cocaina condivide un substrato neurologico.
La somministrazione di fluoxetina
nell’animale determina una riduzione dell’autosomministrazione di
amfetamina. Questo sembra in accordo con l’osservazione nell’uomo
che il trattamento con fluoxetina determina una riduzione dei
comportamenti tossicomanici (alcol, amfetamine). L’impiego della
fluoxetina in pazienti abusatori di cocaina è stato proposta da
Pollack dopo uno studio condotto su 11 pazienti abusatori di
cocaina e dipendenti da eroina in trattamento metadonico. I
risultati dello studio non possono però essere considerati molto
attendibili, visto l’esiguo numero di soggetti e il breve periodo
d’uso del farmaco. D’altra parte, però, il coinvolgimento del
sistema serotoninergico viene avvalorato da alcuni studi
farmacologici nei quali è stata impiegata con successo la
d-fenfluramina (un famaco che aumenta il rilascio di 5 HT e ne
impedisce il reuptake) e dalla constatazione che la fluoxetina ad
alti dosaggi diminuisce il craving per i carboidrati nella
bulimia. Un altro inibitore del reuptake della 5HT, la sertralina,
si rivelato più efficace della fluoxetina in quanto più selettivo
e dotato di minori effetti sul sistema dopaminergico e
noradrenergico. In oltre la sertralina svolge anche un effetto
antidepressivo e questo è molto importante nel caso dei pazienti
cocainomani; la brusca cessazione dell'uso di cocaina si
accompagna infatti alla comparsa di sintomi depressivi, come
avvalorato dal rilievo di un alto tasso di disordini depressivi
nei cocainomani in trattamento. La sertralina determina una
riduzione del craving per la cocaina ed un miglioramento delle
funzioni psicologiche nei pazienti cocainomani in trattamento, per
cui secondo alcuni autori potrebbe rappresentare un efficace
farmaco anticraving, in particolare nei pazienti con un
concomitante quadro depressivo.
5HT1A agonisti
Il buspirone ha mostrato un effetto
anticraving in cocainomani, suggerendo un possibile ruolo dei
recettori 5HT14 nel craving per la cocaina.
5HT2 e 5HT3 antagonisti
Per ritanserina (5HT2) e ondansetron (5HT3)
esistono sporadiche evidenze di una azione anticraving per la
cocaina.
Farmaci azione sul sistema oppiaceo
Gli antagonisti degli oppiacei riducono l’autosomministrazione
di molte sostanze, quali l’alcol e la nicotina, tuttavia non
esiste una loro azione specifica sulla cocaina.
Su pazienti dipendenti da sostanze oppiacee
e cocaina gli agonisti degli oppiacei sembrano esplicare un
effetto positivo sul craving. Pazienti in mantenimento metadonico
o con buprenorfina sembrano ridurre il craving per le altre
sostanze d’abuso, compresa la cocaina.
Stabilizzanti dell’umore
Il litio sembra aumentare i livelli di
serotonina e potrebbe essere particolarmente vantaggioso per i
cocainomani che presentano un concomitante quadro depressivo
bipolare o ciclotimico. Alcuni studi hanno confermato la sua
efficacia in questo senso. I sali di litio si comportano come
antagonisti degli oppiacei per prevenire o modificare stati
euforici, anche se non sono in grado, come il naloxone, di
bloccare l’effetto euforico della morfina. Per altri autori,
tuttavia, l’effetto a lungo termine del litio potrebbe essere
addirittura di potenziamento degli agonisti oppiacei. Dosi
correlate ad una litiemia pari a circa 1-2 mEq/L sarebbero invece
in grado di bloccare l’euforia indotta dalla cocaina e comunque
esplicherebbero un effetto anticraving.
L’ipotesi di un kindling indotto dall’uso
di cocaina, come base biologica del craving, conduce naturalmente
alla terapia di questo fenomeno con farmaci antiepilettici, quali
la carbamazepina e il valproato. Coerentemente con tale ipotesi,
lo studio di Halikas ha mostrato risultati incoraggianti sull’uso
del valproato nella dipendenza da cocina. La carbamazepina sembra
avere effetto anticraving per la cocaina, ma studi più recenti non
hanno trovato differenze significative rispetto a gruppi trattati
con placebo o in prove cliniche controllate.
Altri farmaci
Altre ipotesi hanno preso in considerazione
il fatto che gli effetti acuti della cocaina sono mediati
dall’attivazione dei canali del calcio nei neuroni post sinptici
dopaminergici. Animali trattati con isradipina, un calcio
antagonista, non manifestano il caratteristico effetto
farmacologico dopo la somministrazione di cocaina. La mimodipina
potrebbe avere proprietà anticraving e stabilizzanti dell’umore;
sembra proteggere il sistema cardiovascolare e neurologico
nell’intossicazione da cocaina ed inoltre sembra che faciliti il
processo di recupero di alcuni deficit cerebrali cocaino-indotti.
La spermina,
una poliamina, endogena legandosi ai siti di legame della cocina
sui recettori della DA, sembra inibirne il legame a livello dello
striato. La spermina inibirebbe anche il legame del mazindolo,
mentre apparentemente non ha alcun effetto sul legame della
paroxetina. L’azione della spermina non è dovuta ad un’alterazione
di legame, bensì ad una riduzione della densità dei siti di legame
disponibili. Questi risultati potrebbero aprire nuove strade per
lo studio e il trattamento del craving da cocaina