Da
"Manuale di psicoterapia cognitiva" di Bruno Bara, Bollati Boringhieri; capitolo 18 "Il comportamento d'abuso e la
dipendenza" di Walter Mascetti.
Inquadramento diagnostico
Il
termine dipendenza indica uno “stato psichico e qualche volta
fisico, risultante dall’interazione tra un organismo vivente e un
farmaco, caratterizzato da comportamenti o reazioni che includono
l’uso compulsivo della sostanza, continuo o anche periodico,
dovuto all’esperienza dei suoi effetti psichici e qualche volta
alla paura del malessere caratterizzato dalla sua assenza
"(Organizzazione mondiale della Sanità).
I
sintomi e i problemi si presentano a livello somatico, cognitivo e
comportamentale, indicando quindi come il fenomeno sia
multifattoriale e non possa quindi essere ricondotto a una sola
categoria di sintomi.
Sono
coinvolte le funzioni cognitive, emotive, interpersonali,
comportamentali e motivazionali, con una conseguente grave
compromissione dei sistemi di controllo.
La
diagnosi di disturbo d’abuso di sostanze invece è caratterizzata
da un minor numero di criteri diagnostici.
Quest’ultima diagnosi viene formulata per i soggetti che hanno
iniziato da poco tempo l’uso di sostanze psicoattive e per coloro
che fanno uso di cannabis, cocaina, allucinogeni, sostanze che,
con minor probabilità di oppiacei e di alcool, si associano a
marcati segni di astinenza.
Fattori di vulnerabilità
È
importante che il clinico che si occupa di pazienti
tossicodipendenti sia a conoscenza delle variabili che possono
svolgere un ruolo fondamentale nell’evoluzione e nella
stabilizzazione del disturbo di dipendenza per poter decidere
quale trattamento sia più adatto. Occorre rilevare se esistono le
condizioni per iniziare una psicoterapia individuale o per un
inserimento in gruppi di auto-aiuto, individuare se è più indicato
un inserimento in una struttura riabilitativa con connotazione
pedagogica o psicodinamica…
Ci
si interroga sul perché alcuni individui siano particolarmente
attratti dall’uso di sostanze.
Vengono individuati differenti fattori predisponenti.
a)
Fattori genetici
Studi sulla familiarità negli uomini e studi di laboratorio fatti
su animali permettono di riscontrare importanti osservazioni.
Gemelli monozigoti, figli di genitori alcool e tossicodipendenti,
allevati da famiglie diverse da quelle di origine, hanno una
probabilità maggiore rispetto a quella dei fratellastri allevati
nello stesso clima affettivo e culturale di diventare essi stessi
dipendenti da una sostanza.
Allo
stesso modo i figli di genitori non alcolisti cresciuti in una
famiglia di alcolisti non hanno maggiore probabilità di
diventarlo, rispetto a quelli adottati da non alcolisti.
Le
sostanze che creano dipendenza agiscono sul sistema dopaminergico
mesolimbico, che regola i meccanismi della gratificazione e della
ricompensa e nei soggetti dipendenti vi è un’alterazione della
produzione di neurotrasmettitori endogeni. Sembrerebbe quindi che
alla base del disturbo vi sia una disfunzione di carattere
neurobilologico.
Tale
disfunzione spiegherebbe la maggiore vulnerabilità di alcuni
soggetti rispetto ad altri. Assumere sostanze psicoattive
fungerebbe da corrispettivo psichico della necessità
dell’organismo di riequilibrare i sistemi neurobiologici
coinvolti.
b)
Dimensione psicologica
L’approccio cognitivista al disturbo di dipendenza assume come
punto di partenza la teoria dell’apprendimento sociale di Bandura.
Il
comportamento d’abuso viene considerato multideterminato da una
serie di fattori che hanno la funzione di rinforzarsi
reciprocamente.
Alcuni fattori sono soggettivi (vulnerabilità biologica,
disponibilità a sperimentare comportamenti d’abuso, capacità di
far fronte a eventi stressanti, livello di autostima).
Altri fattori sono invece legati alla situazione contingente, al
grado di pressione sociale, alla disponibilità della sostanza,
allo stato emotivo.
La
decisione di far uso è frutto di una elaborazione cognitiva delle
informazioni in possesso, mentre l’uso è conseguente
all’anticipazione e all’aspettativa del risultato,
all’attribuzione di causa della propria azione, alla memoria degli
eventi passati, alla capacità di assumere decisioni e risolvere
problemi in modo alternativo e alla modalità in cui esercita
l’autocontrollo.
c)
Comorbilità psichiatrica
Il
fatto che si sia spesso riscontrata la compresenza del disturbo di
dipendenza e di altri disturbi psichiatrici, ha suggerito che il
comportamento d’abuso possa rappresentare una modalità
autoterapeutica in base agli effetti farmacologici della sostanza.
È
stato anche ipotizzato che la scelta di una specifica sostanza sia
determinata dalla necessità di far fronte alle specifiche
caratteristiche del disturbo sottostante.
In
realtà non risulta ancora chiaro se il comportamento d’abuso sia
una modalità di risposta a disturbi preesistenti, se sia esso
stesso antecedente e determini ulteriori disturbi psichici, o se
il comportamento d’abuso e gli altri disturbi psichici siano
originati da una comune vulnerabilità.
È
probabile che l’ipotesi dell’automedicazione sia valida per un
certo numero di tossicodipendenti, ma non possa essere
generalizzata.
d)
Dimensione familiare
Le indagini
epidemiologiche rivolte a famiglie di soggetti con disturbi di
dipendenza evidenziano l’esistenza di tipologie familiari molto
disomogenee fra loro.
Problematiche di varia natura, economica, educativa, scolastica,
relazionale, affettiva e di valori, interagiscono fra loro in modo
complesso e nessuna di esse differenzia significativamente queste
famiglie da quelle che appartengono alla medesima classe sociale,
economica e culturale.
Per
quanto riguarda la struttura della famiglia, Santon e Todd mettono
in rilievo un pattern relazionale caratterizzato da forte chiusura
organizzativa.
L’attaccamento tra il figlio e la madre si prolunga nel tempo: si
tratterebbe di un rapporto caratterizzato da ipercoinvolgimento
affettivo, a cui si contrappone solitamente l’assenza del padre.
Lo
schema comunicativo si caratterizza per l’incapacità di esprimere
in modo adeguato affetti ed emozioni, di chiedere aiuto e supporto
e di affrontare i conflitti in modo diretto.
Emergono tematiche di separazione e di perdita, con difficoltà ad
affrontare ed elaborare le frustrazioni e il lutto.
Il
figlio andrebbe ad assumere la funzione di capro espiatorio
designato, che mantiene l’omeostasi familiare.
Spesso si osserva una dipendenza multigenerazionale da sostanze
psicoattive.
e)
Dimensione storica e culturale
Non esiste
cultura o periodo storico in cui l’uomo non abbia fatto uso di
sostanze (alcool, oppio, coca, peyote, cannabis ).
Prima si
trattava di sostanze reperibili solo in natura o con rudimentali
processi di trasformazione. L’uso era per lo più terapeutico o per
raggiungere scopi socialmente condivisi: vino e birra servivano a
integrare l’alimentazione, l’alcool veniva utilizzato nel rito
cristiano, la coca serviva per superare le fame e la fatica,
mentre l’oppio era utilizzato come medicina.
Poi sono
subentrate le droghe di sintesi.
L’uso delle
sostanze veniva regolato e controllato da norme ben precise che
sanzionavano gli eccessi.
L’abuso
diventa un problema sociale quando il contatto tra culture
differenti permette l’accesso a sostanze sconosciute, non
sottoposte a tabù e tradizioni d’uso o quando avvengono
cambiamenti radicali nel contesto sociale (per esempio con la
rivoluzione industriale o il periodo delle contestazioni
giovanili).
Percorso
verso la dipendenza
La dipendenza
è il punto d’arrivo di un lungo percorso individuale che ha inizio
con il primo contatto con la sostanza e si sviluppa attraverso
diverse fasi che variano nel tempo e nell’intensità.
Nella
prima fase il soggetto assume la sostanza in via sperimentale,
per scopi edonistici e fortemente condizionati dal contesto
sociale e dal gruppo di riferimento.
L’uso è
compatibile con le richieste ambientali e aiuta l’individuo a
rispondere nel modo più adeguato a tali richieste e agli obiettivi
personali.
La seconda
fase è caratterizzata da un progressivo aumento delle dosi e
della frequenza d’uso.
La funzione
della sostanza diviene quella di far fronte e gestire problemi
emotivi legati a stress evolutivi e ambientali in modo
immediatamente accessibile e indipendente.
In questa
fase viene ancora mantenuto un equilibrio tra le richieste
ambientali e l’assunzione di sostanze psicoattive: il soggetto non
interrompe l’uso perché non ne sente il bisogno. I benefici
ottenuti dall’assunzione sono ancora elevati.
La terza
fase è quella della dipendenza. L’esistenza del soggetto
diventa progressivamente e totalmente condizionata dal
comportamento d’abuso, che si fa incontrollato e compulsivo. Per
alcune sostanze si sviluppano tolleranza e dipendenza fisica.
Quando
l’equilibrio fra comportamento d’abuso e richieste ambientali si
rompe, il soggetto si ritrova in una situazione di acuta e
persistente ambivalenza, dove tanto la condizione di alterazione
psichica quanto quella di sobrietà vengono contemporaneamente
ricercate e temute.
La quarta
fase inizia quando il soggetto decide di smettere e
raggiungere la condizione fisica di sobrietà, di solito per un
bisogno contingente legato a pressioni esterne, stanchezza per le
condizioni di vita e vantaggi secondari.
Una volta
raggiunta la sobrietà, tutti gli sforzi sono rivolti a non usare
più la sostanza per paura delle conseguenze negative immediate,
dei danni per la salute, della perdita del lavoro ecc…
Si tratta di
solito di un’astinenza basata sul controllo razionale o su
deterrenti esterni, che viene messa a dura prova da un’elevata
vulnerabilità in situazioni di stress emotivo.
Spesso i
soggetti ingaggiano una vera e propria sfida con la sostanza, che
consiste nel poterla usare in modo controllato per dimostrare a se
stessi di dominarla.
Percorso verso la sobrietà
Prochaska e Di Clemente (1984) hanno proposto un modello del
processo di cambiamento che offre la possibilità di essere
generalizzato all’abuso delle diverse sostanze psicotrope,
prescindendo dalle specifiche caratteristiche della sostanza e
dalla dinamica di consumo.
Il modello
individua cinque fasi.
La fase di
PRECONTEMPLAZIONE corrisponde al periodo in cui il soggetto
percepisce la propria condizione come del tutto esente da
problemi.
Le
informazioni contrarie sono sottoposte a una selettiva esclusione
attraverso processi di negazione e razionalizzazione.
La seconda
fase, di CONTEMPLAZIONE, può essere considerata quella di
preparazione al cambiamento comportamentale.
Il soggetto,
infatti, incomincia ad avvertire come problematici l’abuso o la
dipendenza.
L’atteggiamento varia tra il desiderio di iniziare un cambiamento
e quello di rimanere nella condizione problematica, ma comunque
conosciuta e sicura.
Seguono le
fasi della DETERMINAZIONE e dell’ AZIONE, caratterizzate da un
impegno attivo del soggetto per porre fine al comportamento
problematico e per cercare comportamenti alternativi.
L’ultima fase
è quella di MANTENIMENTO e consiste nella stabilizzazione delle
nuove strategie e dei nuovi comportamenti e nel rafforzamento
della condizione di sobrietà.
La condizione
di sobrietà non corrisponde a quella di astensione dall’uso, ma
viene acquisita progressivamente attraverso l’assunzione di ruoli
socialmente condivisi, la modificazione della rete sociale di
riferimento, la scoperta di attività alternative gratificanti.
La ricaduta
nell’uso è molto probabile quando il paziente matura un eccessivo
e prematuro senso di autoefficacia personale, che lo rende
estremamente vulnerabile in occasione di stress emotivo.
Ogni fase di
questo modello esprime una particolare modalità del rapporto tra
un soggetto e la sostanza d’abuso, del modo in cui tale soggetto
percepisce se stesso in rapporto alla propria condizione, della
possibilità e disponibilità ad accedere alle informazioni e, in
ultima analisi, del grado di preparazione al cambiamento a
dell’adesione alla terapia.
In base a
questo modello è evidente come sia necessario calibrare gli
obiettivi in funzione della fase in cui il paziente si trova:
metterlo al corrente dei pericoli della sua situazione quando
ancora è nella fase precontemplativa o analizzare le carenze e le
debolezze del Sé quando non è stata ancora superata la fase di
impegno e di azione significa attivare interventi del tutto
inutili, nel primo caso, o destabilizzanti nel secondo.
Motivazione e
autoinganno
La
motivazione può essere intrinseca o estrinseca.
La
motivazione estrinseca è riferibile agli incentivi legati alle
situazioni ambientali, mentre quella intrinseca riguarda il
raggiungimento di obiettivi volti al perseguimento di un’immagine
ideale di sé diversa da quella che il soggetto percepisce come
reale.
La
motivazione è una condizione dinamica e multidimensionale, per cui
non ha senso cercare nel paziente la presenza o l’assenza di uno
stato motivazionale che possa prevedere l’adesione o la permanenza
nella terapia.
La
motivazione cambia continuamente in funzione delle variabili che
la condizionano: parte degli obiettivi terapeutici è evidenziare,
analizzare, esplicitare costantemente queste variabili.
La dimensione
del futuro è molto importante: progetti, desideri, aspettative del
paziente sono fondamentali per individuare le variabili
intrinseche (fondamentale per rendere appetibile il cambiamento).
Quando ci
sono discrepanze tra l’immagine di sé (come dipendente) e
l’immagine che il soggetto persegue, il processo di cambiamento
sarà più preciso e stabile.
Va data anche
centralità al problema dell’identità personale.
L’assunzione
dell’identità di alcolista o tossicodipendente, se da un lato
appare funzionale al raggiungimento dell’astinenza, dall’altro può
funzionare da profezia che si autodetermina e rendere difficile
l’assunzione di nuove rappresentazioni del sé.
Lo sviluppo
individuale avviene attraverso processi di assimilazione e
accomodamento, in una condizione di persistente squilibrio con
l’ambiente, in cui il fine ultimo è quello di mantenere la
coerenza interna dell’organismo (Maturana e Verela).
Le procedure
di autoinganno permettono il mantenimento della coerenza del sé
nei confronti del cambiamento esterno.
Queste
procedure permettono di preservare l’equilibrio dell’organismo e
l’emergere dell’autoconsapevolezza.
In una
prospettiva funzionalista, il comportamento d’abuso può essere
visto come una strategia adattativa.
Il soggetto
che fa uso di sostanze cerca e momentaneamente trova, una
soluzione al divario tra le risorse personali e il raggiungimento
dei propri scopi attraverso l’alterazione dell’esperienza
psichica.
Le sostanze
agiscono come filtro selettivo agli stimoli.
I processi di
autoinganno svolgono una duplice funzione: da un lato permettono
un evitamento anticipatorio della sofferenza, dall’altro
impediscono il dispiegarsi a livello cognitivo, rendendo
impossibile rielaborazione e comunicazione.
Un secondo
livello di autoinganno da parte del soggetto che fa uso di
sostanze consiste nell’illusione di poter trovare un adeguato
equilibrio con il proprio ambiente sulla base di informazioni
assenti o distorte.
L’esperienza
emozionale è uno strumento di valutazione e conoscenza; se tale
esperienza viene alterata, il soggetto si vede inibita la
possibilità di operare e organizzare le proprie azioni sulla base
di informazioni congruenti e di cogliere quali eventi della vita
siano per lui significativi e in che modo.
L’alterazione
del vissuto emozionale innesca un percorso circolare e involutivo
per cui il soggetto che si trova a dover gestire situazioni sempre
più complesse ed emotivamente perturbanti non è in grado di
cogliere l’esperienza emozionale e i nessi con gli eventi che
l’hanno innescata.
La rigidità
emotiva e affettiva del paziente, che ha la necessità di ridurre e
semplificare la propria esperienza, si riduce, alla fine, allo
star bene o star male in funzione della sostanza.
Un terzo
livello di autoinganno consiste nello strutturarsi di un’illusoria
immagine di sé.
L’illusorietà
riguarda la possibilità di attenuare, se non addirittura
eliminare, la discrepanza esistente tra le richieste ambientali e
personali e gli aspetti costitutivi di un sé estremamente fragile
e contradditorio.
L’io drogato
funge da cintura protettiva nei confronti delle aspettative
personali e sociali e risponde alle esigenze di trovare
un’identità, anche se negativa, che permette al soggetto di dare
un significato ontologico alla propria esistenza.
L’autoinganno
continua anche quando il paziente decide di intraprendere un
percorso di cambiamento.
La
psicoterapia cognitiva
In ambito
cognitivista è necessario parlare di approcci terapeutici al
comportamento d’abuso: essendo questo un comportamento
multifattoriale e plurideterminato è importante contemplare
strategie terapeutiche differenti e diverse tecniche di
intervento.
Il
comportamento d’abuso è la conseguenza di distorsioni cognitive ed
emotive che impediscono di interpretare in modo corretto la
propria esperienza; lo scopo della terapia è quello di aiutare il
paziente ad acquisire una serie di conoscenze, competenze e
capacità per poter codificare e far fronte in modo più adattativo
alle situazioni di elevata vulnerabilità.
L’intervento
terapeutico si sviluppa successivamente in diverse direzioni: a)
l’aumento della consapevolezza della gravità del comportamento
d’abuso e dei fattori che lo determinano; b) la gestione del
craving; c) la capacità di far fronte alle situazioni di
vulnerabilità; d) l’aumento dell’autoefficacia personale e delle
competenze sociali; e) la capacità di gestire i problemi di vita;
f) il trattamento dei disturbi emotivi correlati.
E’
fondamentale che il paziente diventi consapevole della gravità
della propria condizione e giunga ad attribuire alla sobrietà una
stabile e permanente connotazione positiva. Il paziente dovrebbe,
inoltre, condividere il modello di comprensione del problema del
terapeuta e gli obiettivi da perseguire. E’ importante che il
terapeuta sia persuasivo e convincente.
Il paziente
sufficientemente motivato viene poi aiutato a riconoscere le
variabili interne ed esterne che determinano il craving. Una volta
che il paziente ha appreso la capacità di individuare i differenti
contesti e modalità in cui emerge il craving, viene aiutato a
mettere in atto tutte le possibili strategie cognitive e
comportamentali volte ad aumentare le capacità di fronteggiamento
e autocontrollo nelle situazioni di vulnerabilità.
La terapia si
sviluppa sul presupposto che se l’obiettivo di acquisire la
condizione di sobrietà viene perseguito attraverso il controllo
degli impulsi e dell’ambiente, quanto più il paziente generalizza
il controllo, tanto più aumenta il senso di efficacia personale.
Attraverso un
progressivo cambiamento dell’attribuzione causale (“Non sono più
soggetto agli eventi, ma sono in grado di controllarli e
orientarli autonomamente”), il paziente si rassicura e rafforza il
senso di adeguatezza ad efficacia personale, innescando un circolo
virtuoso per cui quanto più questo convincimento si rafforza,
tanto più la sostanza perde valore.
Un altro
ambito di intervento nasce dalla distinzione concettuale che viene
fatta tra disturbo d’abuso e disturbi ad esso correlati. Il primo
si riferisce specificamente al comportamento assuntorio, mentre
gli altri possono essere estremamente diversificati da soggetto a
soggetto e, in tempi diversi, nello stesso soggetto.
E’ importante
individuare capacità e competenze che permettono al paziente di
rispondere in modo adeguato alle esigenze ambientali, dopo di che
queste vanno accresciute attraverso strategie e tecniche mirate
che fanno parte del bagaglio conoscitivo e tecnico della terapia
cognitivo-comportamentale: il problem solving, la ristrutturazione
cognitiva, l’autoistruzione, l’analisi dei pensieri automatici, il
training di acquisizione di abilità comunicative ecc…
La relazione
terapeutica
Di solito il
tossicodipendente chiede aiuto perché spinto da qualcun altro e si
presenta con aspettative vaghe e confuse.
Il primo
incontro con il terapeuta in genere è caratterizzato da intensi
vissuti emotivi da parte di entrambi, ma mentre il paziente può
esprimerli in modo diretto, il terapeuta deve controllarli.
Al terapeuta
vengono attribuiti ruoli e funzioni che slittano continuamente e
repentinamente, anche all’interno della stessa seduta, tra
svalutazione, disconferme e aspettative magiche di interventi
immediati e salvifici.
Il più della
volte il terapeuta percepisce una forte discrepanza tra i propri
valori, credenze e aspettative e quelli del paziente.
L’abilità del
terapeuta consiste nel favorire lo strutturarsi di una relazione
interpersonale che risponda a una duplice esigenza di far sentire
il paziente accolto, ascoltato e compreso e nello stesso tempo lo
contenga e lo vincoli alle regole di base delle più elementari
forme di comunicazione e interazione sociale.
Nel momento
in cui subentra un terzo incomodo, il terapeuta assume su di sé
tutta l’ambivalenza che il paziente ha nei confronti della
sostanza, trovandosi sottoposto a continue pressioni e coinvolto
nella battaglia che questi ha instaurato nei confronti della
sostanza.
L’unico modo
che il paziente ha per uscire da questa situazione è quello di
dichiarare apertamente la propria impotenza nei confronti della
sostanza e il proprio rifiuto a entrare in competizione con essa;
ciò gli permette di assumere una posizione totalmente diversa e
inaspettata, nel senso che si pone nella situazione di accettare
le soluzioni del proprio paziente, quali che siano. Fra questa
soluzioni è contemplata anche la ricaduta del paziente all’uso,
che invece di essere considerata una sconfitta, viene connotata
come un’esperienza di cui è necessario comprenderne i motivi e i
significati.
In questo
modo si sottolinea al paziente l’accettazione integrale della sua
persona per quello che è la possibilità di essere accolto e
aiutato in funzione dei propri bisogni e non di quelli di coloro
che lo circondano.
Bara mette in
evidenza la peculiarità della relazione terapeutica, che consiste
nel permettere al paziente di utilizzare uno “spazio” per
comprendere, in cui le usuali norme sociali sono sospese e la
conversazione può indugiare in aree pericolose come la sofferenza
o il sesso senza che scatti alcuna implicazione pragmatica.
Solo quando
il paziente si sente sufficientemente protetto e sicuro è nelle
condizioni di utilizzare la relazione con il terapeuta come
strumento di conoscenza e cambiamento.
Prima che ciò
avvenga il terapeuta è sottoposto a una serie di agiti volti a
verificare la sua congruenza e la sua coerenza, soprattutto nel
tentativo di destabilizzare il setting.