Le vie di assunzione della cocaina
(Da Luca Pani e Walter Fratta, Farmacocinetica della cocaina: i
segreti chimici della foglia delle Ande, Medicina delle
farmacodipendenze, febbraio 1994, a.II, n.2).
La cocaina viene rapidamente e facilmente assorbita da ciascuna
delle vie abituali di somministrazione (nasale, orale, endovenosa
o polmonare).
L'assunzione di cocaina per via nasale è comunque quella
solitamente preferita dai consumatori abituali. in pochi minuti
inizia l’effetto euforizzante che si protrae per altri 25-45
minuti.
Al termine di questa prima fase, appare una sindrome
caratterizzata da irritabilità, agitazione e depressione.
Il desiderio di provare il piacere iniziale e di sfuggire
all’ansia conducono all’uso compulsivo della sostanza, con
rapidissima escalation delle dosi e della frequenza d’uso. Si
arriva a vere e proprie “abbuffate”, le cosiddette binges, durante
le quali il soggetto tende a non alimentarsi; è insonne, diviene
più disforico, aggressivo, agitato.
Tali “binges” si protraggono diversi giorni sino all'esaurimento
psicofisico del soggetto, che piomba in uno stato di
torpore-apatia con conseguente abbandono dei contatti sociali,
incapacità nel mantenere impegni lavorativi, trascuratezza fisica,
depauperamento economico.
Spesso i soggetti che usano abitualmente sostanze psicoattive per
via endovenosa provano anche la cocaina facendone però un uso
saltuario, non continuativo. Ciò è dovuto all’eccesso di
iperattività psicomotoria causato dalla sostanza che rende
necessario l’uso combinato della stessa con narcotici (eroina o
morfina).
L'uso endovenoso della cocaina, per le sue caratteristiche
farmacocinetiche (biodisponibilità del 100%), provoca effetti
associabili a quelli del crack.
La cocaina, opportunamente trattata, può essere assunta anche per
via orale.
La via sottocutanea e quella intramuscolare, a causa dell’effetto
vasocostrittore, comportano un assorbimento più lento; pertanto
gli effetti sono meno rapidi rispetto all’assunzione per via
endovenosa.
Simile al crack - ma talora identificato con esso (il crack
sarebbe infatti cocaina base libera preparata con sodio
bicarbonato) - è il free-base, chiamato anche rock.
La cocaina free-base, ovvero cocaina sotto forma di base libera,
viene usata soprattutto negli Stati Uniti a partire dagli anni
’70. Si ottiene dalla cocaina cloridrato per riscaldamento e
aggiunta di bicarbonato di sodio in soluzione acquosa; essa è più
purificata rispetto alla pasta di coca (non contenendo le impurità
derivanti dalla trasformazione delle foglie) e presenta un’elevata
volatilità rispetto al sale cloridrato: ciò consente alla cocaina
free-base di essere facilmente fumata, sia pura che mescolata a
tabacco o a mariyuana.
L’assunzione della cocaina base
libera tramite fumo garantisce effetti più rapidi ed intensi
rendendo tale derivato di sintesi maggiormente tossico rispetto
alla cocaina cloridrato. La free-base raggiunge infatti l’encefalo
(attraverso il passaggio polmoni/ sangue/barriera emato-encefalica)
in meno di dieci secondi contro i venti/quaranta della cocaina
cloridrato. La sua potenza è valutata in misura pari a cinque/sei
volte rispetto a quella della cocaina cloridrato. Tuttavia, poiché
gli effetti decadono più rapidamente (dieci minuti al massimo)
essa viene assunta - rispetto alla cocaina cloridrato, assunta per
via intranasale - con maggiore frequenza e periodi intervallari
più brevi tra un’assunzione e l’altra. Il pericolo di overdose è
quindi maggiore in quanto si tratta di una forma di assunzione
paragonabile a quella per via endovenosa per la quale ci sono,
anche per la cocaina, i rischi di intossicazione acuta locale.
Tabella ripilogativa
|
FARNACOCINETICA DELLA COCAINA. MODALITÁ DI ASSUNZIONI PIÚ
COMUNI |
|
|
Picco
Plasmatico |
Effetto
Euforizzante |
Emivita
Plasmatica |
Disponibilità |
Assorbimento |
Dosaggio |
Dosi
equivalenti |
|
ASSUNTA PER VIA NASALE |
15-60 min |
15-20 min |
75 min |
60% |
> 98%
dopo 4 h. |
1,5 mg/Kg |
100 mg |
|
ASSUNTA PER VIA ORALE |
50-90 min |
45-90 min |
48 min |
60% |
> 90%
dopo 2 h. |
2 mg/Kg |
100 mg |
|
ASSUNTA PER ENDOVENA |
Immediato |
4-8 min |
40 min |
100% |
100%
immediato |
0,3 mg/Kg |
25 mg |
|
FUMATA |
1-2 min |
6-11 min |
30 min |
33% |
100%
immediato |
0,2 mg/Kg |
18 mg |
Torna
su...
Il crack
(Da Luca Pani e Walter Fratta, Farmacocinetica della cocaina: i
segreti chimici della foglia delle Ande, Medicina delle
farmacodipendenze, febbraio 1994, a.II, n.2).
Il Crack si ottiene dal riscaldamento della cocaina idrocloruro con
soluzione acquosa di bicarbonato di sodio o di ammoniaca e per
successiva separazione con solvente (etere) e liofilizzazione
finale.
Il suo uso si diffonde negli Stati Uniti negli anni '80,
particolarmente tra i giovanissimi, grazie al suo basso costo di
mercato.
Il Crack si presenta sotto forma di piccoli cristalli opalescenti
aggregati tra loro a costituire panetti di colore
crema-biancastro, che al momento del loro utilizzo vengono
frantumati e fumati con diverse modalità.
Il termine con cui viene designata tale sostanza di sintesi deriva
dal tipico rumore "cracking" che producono i cristalli contenuti
nella miscela quando vengono riscaldati.
Il procedimento che richiede il Crack per essere fumato è rapido
(circa venti minuti), economico e non necessitante di particolare
attrezzatura: sono sufficienti un forno a microonde, un piatto
caldo o un cucchiaio.
Il Crack viene sminuzzato in piccole parti secondarie, i chips, che
vengono introdotte in apposite pipe, solitamente ad acqua.
Il raffreddamento del fumo è indispensabile per l'integrità della
struttura chimica della sostanza e per il suo maggiore
assorbimento.
Alla temperatura di combustione di una sigaretta, circa ottocento
gradi, la cocaina cloridrato si decompone, così che nel prodotto
di pirolisi non è possibile recuperare più dell'1% del suo
principio attivo. Alla stessa temperatura, la cocaina base viene
recuperata per il 18-20%; a temperature più basse, duecento gradi,
è possibile ottenere circa l'84%. Per tale motivo, i fumatori
adottano tecniche che consentono l'abbattimento delle temperature
di combustione e garantiscono un rapido assorbimento della
sostanza con conseguenti effetti esilaranti e psicostimolanti
molto intensi.
Un piccolo frammento di Crack, fumato, può indurre un effetto della
durata di 20-30 minuti, al termine del quale l'euforia e la
violenta ebbrezza vengono sostituite da una forte sensazione
depressiva, accompagnata da prurito irrefrenabile.
Questa sensazione è di tale intensità e sgradevolezza da costringere
frequentemente il consumatore ad assumere immediatamente una
seconda dose dopo pochi minuti dalla prima.
L'assunzione ripetitiva, a brevissimi intervalli di tempo e a
concentrazioni progressivamente crescenti, conduce facilmente il
soggetto ad un "crollo" psicofisico.
Questa modalità di somministrazione ha quindi un elevatissimo
potenziale d'abuso e di overdose, data l'ampiezza delle
oscillazioni del tono dell'umore, lo stato maniacale e l'intensa
disforia che ne possono derivare.
Il soggetto che fa uso di Crack può associare al composto, per
amplificarne gli effetti, ipnotici, sedativi, amfetamine, alcool o
eroina.
La sindrome d'astinenza da Crack si manifesta con variegato corredo
sintomatologico: brividi, tremori, dolori muscolari, fame
letargia, depressione acuta.
Torna
su...
Free-base
(Da Luca Pani e Walter Fratta, Farmacocinatica della cocaina: i
segreti chimici della foglia delle Ande, Medicina delle
farmacodipendenze, febbraio 1994, a. II, n. 2).
Simile al crack - ma talora identificato con esso (il crack sarebbe
infatti cocaina base libera preparata con sodio bicarbonato) - è
il free-base, chiamato anche rock.
La cocaina free-base, ovvero cocaina sotto forma di base libera,
viene usata soprattutto negli Stati Uniti a partire dagli anni
’70. Si ottiene dalla cocaina cloridrato per riscaldamento e
aggiunta di bicarbonato di sodio in soluzione acquosa; essa è più
purificata rispetto alla pasta di coca (non contenendo le impurità
derivanti dalla trasformazione delle foglie) e presenta un’elevata
volatilità rispetto al sale cloridrato: ciò consente alla cocaina
free-base di essere facilmente fumata, sia pura che mescolata a
tabacco o a mariyuana.
L’assunzione della cocaina base libera tramite fumo garantisce
effetti più rapidi ed intensi rendendo tale derivato di sintesi
maggiormente tossico rispetto alla cocaina cloridrato. La
free-base raggiunge infatti l’encefalo (attraverso il passaggio
polmoni/ sangue/barriera emato-encefalica) in meno di dieci
secondi contro i venti/quaranta della cocaina cloridrato. La sua
potenza è valutata in misura pari a cinque/sei volte rispetto a
quella della cocaina cloridrato. Tuttavia, poiché gli effetti
decadono più rapidamente (dieci minuti al massimo) essa viene
assunta - rispetto alla cocaina cloridrato, assunta per via
intranasale - con maggiore frequenza e periodi intervallari più
brevi tra un’assunzione e l’altra. Il pericolo di overdose è
quindi maggiore in quanto si tratta di una forma di assunzione
paragonabile a quella per via endovenosa per la quale ci sono,
anche per la cocaina, i rischi di intossicazione acuta locale.
Torna
su...
Distribuzione della cocaina
(Da Luca Pani e Walter Fratta, Farmacocinetica della cocaina: i
segreti chimici della foglia delle Ande, Medicina delle
farmacodipendenze, febbraio 1994, a.II, n.2)
Il volume di distribuzione della cocaina è di 1,2-1,9 L/Kg. In fase
autoptica, le più alte concentrazioni di cocaina si riscontrano,
in ordine decrescente, a livello urinario, renale, encefalico,
plasmatico, epatico, biliare. Livelli plasmatici di cocaina sono
riscontrabili per 4-6 ore dopo l'ultima assunzione per via nasale.
Negli individui che abitualmente usano cocaina, l’emivita della
sostanza è di circa 48 minuti dopo una dose endovenosa di 32 mg.
La cocaina passa facilmente la barriera emato- encefalica e non è
più dosabile nel tessuto encefalico 6-8 ore dopo l'ultima dose. Al
picco plasmatico il rapporto cervello/plasma è di circa 4 a 1.
Considerato che le concentrazioni plasmatiche decrescono più
rapidamente di quelle cerebrali, tale rapporto diventa di 20 a 1
nel volgere di 1-2 ore.
Uno dei metaboliti della cocaina, la benzoilecgonina, passa
difficilmente nel tessuto encefalico, permanendo maggiormente a
livello plasmatico e urinario.
Torna
su...
Il metabolismo
(Da Luca Pani e Walter Fratta, Farmacocinetica della cocaina: i
segreti della foglia delle Ande, Medicina delle farmacodipendenze,
febbreio 1994, a. II, n.2).
Le colinesterasi epatiche e plasmatiche idrolizzano la cocaina ai
metaboliti inattivi (esteri metilici dell'ecgonina). Una moderata
attività esterasica è presente anche in altri organi tra cui
l’encefalo. La benzoilecgonina è un metabolita che può essere
idrolizzato anche non enzimaticamente.
La conversione della cocaina a norcocaina avviene per metilazione
(2-6% dei metaboliti totali).
Torna
su...
L’eliminazione
(Da Luca Pani e Walter Fratta, Farmacocinetica della cocaina: i
segreti chimici della foglia delle Ande, Medicina delle
farmacodipendenze, febbraio 1994, a.II, n.2).
La cocaina viene rapidamente e completamente metabolizzata. Piccole
quantità di cocaina, meno del 10%, vengono escrete immodificate
nelle urine. La cocaina può essere ritrovata nelle urine per 8 ore
dopo una dose nasale di 1,5 mg/Kg, sino ad un limite massimo di 12
ore. La benzoilecgonina è invece dosabile (cromatografia o
radioimmunoassay) sino a 144 ore dopo l’assunzione. Perciò il
rapporto cocaina/benzoilecgonina non può essere considerato un
indicatore valido delle concentrazioni plasmatiche di cocaina.
Torna
su...
La tolleranza
(DaLuca Pani e Walter Fratta,
Farmacoterapia della cocaina: i segreti chimici della foglia delle
Ande, Medicida delle farmacodipendenze, febbraio 1994, a. II, n.2).
Sebbene l'uso terapeutico di
cocaina non provochi tolleranza, la maggior parte dei cocainomani
cronici sviluppa tolleranza agli effetti euforizzanti e
fisiologici. In particolare, tra i fumatori cronici di crack, si
riporta aneddoticamente una resistenza farmacologica a dosi
superiori a quelle letali (oltre 1000 mg). La somministrazione
ripetuta di cocaina provoca, negli animali di laboratorio,
tolleranza agli effetti proconvulsivanti e di stimolazione
cardiorespiratoria.
Torna
su...
L'intossicazione
(Da
Luca Pani e Walter Fratta, Farmacocinetica della cocaina: i
segreti chimici della foglia delle Ande, Medicina delle
farmacodipendenze, febbraio 1994, a.II, n.2).
La massima dose non letale per un adulto è, in caso di assunzione
intranasale, di 80-200 mg.
Una dose intranasale di 25 mg produce un lieve aumento della
pressione sistolica e un senso soggettivo di euforia. Una dose
endovenosa pura di 16 mg induce gli stessi effetti normalmente
riportati dopo una dose endovenosa standard da strada.
L'assunzione per via orale di dosi superiori a 3 mg richiede un
trattamento immediato (entro 1 ora) di decontaminazione
intestinale mediante l'uso di carbone attivato e catartici. Le
reazioni tossiche sono difficili da predire in quanto conseguenze
di differenti fattori quali la variabilità dei composti impuri, di
adulteranti, il contenuto di cocaina e la tolleranza individuale.
La dose letale di cocaina è di circa 1000-1200 mg.
Torna
su...
Meccanismi d'azione
(Da Luca Pani e Walter Fratta, Farmacocinetica della cocaina: i
segreti chimici della foglia delle Ande, Medicina delle
farmacodipendenze, febbraio 1994, a.II, n.2).
L’azione “gratificante” della cocaina si esplica attraverso
l’attivazione dei neuroni dopaminergici del sistema mesolimbico.
Tali neuroni originano nel mesencefalo e proiettano le
terminazioni nervose nelle aree del sistema limbico.
Le sostanze d’abuso tendono ad interferire su questi neuroni. In
particolare, la cocaina agisce nel nucleo accumbens, una delle
aree limbiche sulle quali terminano gli assoni dei neuroni
dopaminergici a partenza mesencefalica. Oltre a bloccare i
trasportatori che la ricatturano nello spazio sinaptico, essa
potenzia la trasmissione della dopamina. La cocaina esercita
inoltre un’azione inibente della ricaptazione della noradrenalina
e della serotonina.
La cocaina agisce anche come anestetico locale in quanto blocca la
conduzione dell’impulso nervoso nei canali sensibili al Na+.Questa
induce una notevole dipendenza psicologica evocando la produzione
di dopamina dai centri della percezione del piacere (nucleo
ventro-mediale del mesencefalo). L’abuso di tale sostanza provoca
una ricerca ossessivo-compulsiva della stessa poiché dal nucleo
ventro-mediale del mesencefalo si dipartono proiezioni nei centri
motori (memoria motoria associativa): da qui, la caratteristica
della droga come sostanza di rinforzo positivo.
Fondamentale in questo senso è il ruolo del sistema
cortico-meso-limbico che, nel nostro cervello, svolge una duplice
funzione: apporto di “piacere” e ritorno allo stesso mediante un
atto motorio.
La cocaina ha il potere di stimolare questo sistema. La sua
assunzione, inoltre, determina euforia e benessere, cui si associa
però anche un’azione disforica ed ansiogenetica, per far fronte
alla quale il tossicodipendente tende a ricorrere ad un nuovo uso
della sostanza.
La somministrazione ripetuta e a lungo termine di cocaina sembra
comunque indurre una certa compromissione della funzionalità
dopaminergica, come dimostrato dalla riduzione della
concentrazione sinaptica della dopamina e dalla ipersensibilità
dei recettori post-sinaptici, fenomeni osservabili nel trattamento
cronico.
I recettori su cui si fissa la dopamina sono di 2 tipi: il recettore
dopamina-1 (D1) e il recettore dopamina-2 (D2). Il primo media la
risposta di vasodilatazione dei vasi periferici, a livello renale,
mesenterico, coronarico e cerebrale. Il secondo (D2) inibisce la
trasmissione nei gangli simpatici e la liberazione di
noradrenalina a livello delle terminazioni nervose simpatiche
attraverso un effetto sulla membrana presinaptica. Il recettore D2
- se stimolato - va ad inibire, inoltre, la liberazione di
prolattina dall’ipofisi provocando vomito. La cocaina va ad agire
su entrambi i recettori dopaminergici D1 e D2, provocando così
effetti antitetici.
La stimolazione dell’area ventrale mesencefalica induce due
proiezioni nervose verso il nucleo accumbens (messaggio motorio)
sui recettori D1 (aumento AMPciclico, effetto disforico) e D2
(riduzione AMPciclico, effetto euforico).
Nei primi 10 minuti successivi allo stimolo con cocaina, ci sarà una
reazione euforica per il rilascio di dopamina e stimolazione dei
recettori D2, alla quale seguiranno ansia e disforia per
stimolazione dei recettori D1.
La stimolazione dei recettori D1, cui seguono appunto ansia e
disforia, induce il cocainomane ad assumere una nuova dose di
sostanza per poter provare nuovamente gli effetti euforizzanti.
Il fenomeno della tolleranza, di maggior portata nella dipendenza da
oppiacei, è comunque presente anche nell’uso di cocaina, poiché il
cocainomane avrà sempre maggior necessità di aumentare la dose per
provare gli effetti piacevoli ed euforici, ma più quantitativo di
sostanza assume, maggiore sarà la disforia indotta dalla
stimolazione dei recettori D1.
Terminata l’assunzione di cocaina, l’effetto mediato dai recettori
D2 (euforia) svanisce e, al suo posto, subentrano gradualmente
ansia e disforia. Lo stato ansioso e depresso del soggetto tende a
permanere per ore.
A questo punto, compare il craving per la sostanza, la necessità
ossessiva e compulsiva, cioè, di tornare alla droga.
Tradizionalmente, gli effetti psichici della cocaina sono stati
riassunti in tre stadi di diversa gravità, in dipendenza dalla
dose e dalla frequenza d’uso. Essi sono:
I. Euforia. Tale stadio è caratterizzato da euforia,
labilità affettiva, accresciuta performance cognitiva e motoria,
ipervigilanza;
II. Disforia. Fase che si caratterizza per il craving in
quanto la stimolazione di D1 del nucleo accumbens genera disforia,
malinconia, apatia, tristezza, difficoltà di attenzione e di
concentrazione, anoressia e insonnia. Il soggetto torna
ossessivamente e compulsivamente alla cocaina sperando di ottenere
la riduzione della disforia;
III. Fase Crash. Si verifica quando le scorte di dopamina si
esauriscono e compare il senso di fatica. Tipicamente, in questa
fase, il soggetto tende al sonno. Al risveglio, accuserà
appetenza, non craving.
Dopo il “crash”, si verifica un periodo di astinenza durante il
quale il soggetto è anedonico. Seguiranno alcune settimane (da una
a dieci) di craving “feroce”. Se il soggetto supera le 10
settimane, rientra nella fase tre e si ha una risoluzione del tono
dell’umore con allontanamento dalla cocaina, a meno che non abbia
una ricaduta con ritorno all’uso della sostanza.
Torna su...